Gli Archetipi di Jung

La teoria degli archetipi di Jung: come agiscono nel processo di individuazione, nella sincronicità e perché prenderne contatto
Archetipi Jung: una barca condotta da un uomo incappucciato e sotto un mostro marino

Cosa sono gli archetipi per Jung

Gli archetipi sono forme tipiche di comportamento derivanti dall’esperienza che il genere umano ha continuato a ripetere nel corso della storia. Sono complessi di esperienze a carattere universale sedimentate nella psiche dell’uomo, strutture basilari eternamente ereditate.

Gli archetipi sono presenti nel profondo della psiche, nell’inconscio collettivo, e il loro insieme costituisce la base degli istinti. Sono elementi costitutivi del mondo degli istinti e allo stesso tempo anche le forze dinamiche della psiche fondamentali per lo sviluppo psichico dell’individuo. Mettono in comunicazione il mondo conscio e inconscio utilizzando un linguaggio universale: il linguaggio dei simboli.

 

La teoria degli archetipi di Jung

Attraverso gli studi condotti su pazienti schizofrenici, durante gli anni trascorsi presso l’ospedale Burghölzli di Zurigo, Jung poté osservare che nei loro deliri e allucinazioni ricorrevano motivi e immagini comuni anche a miti, fiabe e religioni di ogni tempo e luogo.

Per mezzo delle sue ricerche comparative Jung vide che dietro la produzione creativa di miti e leggende, ricorrevano sempre le stesse tematiche di fondo simili tra loro, che mostravano una notevole somiglianza se pur appartenenti a culture diverse.

Da qui Jung arrivò a formulare l’ipotesi dell’esistenza di uno strato dinamico presente nella profondità della psiche comune a tutta l’umanità sul quale ogni individuo forma la propria esperienza di vita e costruisce le proprie caratteristiche psicologiche.

Secondo Jung, in questa profondità della psiche, da lui identificata come “inconscio collettivo”, risiedono delle strutture universali comuni a tutto il genere umano che trovano espressione attraverso simboli e immagini.

Nel 1912 Jung iniziò a chiamare queste strutture “immagini primordiali”, successivamente nel 1917 con l’evolversi dei suoi studi utilizzò il termine “dominanti dell’inconscio collettivo” e solo nel 1919 le chiamò “archetipi”, termine che adottò poi definitivamente in quanto meglio si addiceva al concetto, di fatto non si trattava solo di immagini universali ma anche di idee, sentimenti, esperienze e comportamenti universali.

 

L’inconscio collettivo e i suoi archetipi

L’inconscio collettivo è quella parte della psiche più profonda che comprende tutti quei contenuti comuni a tutti gli esseri umani, contenuti a carattere universale. L’inconscio collettivo è pertanto la sede dell’eredità filogenetica, la sede di tutte quelle esperienze originarie della storia dell’uomo, la sede in cui dimorano gli archetipi.

Il concetto di inconscio collettivo fu introdotto da Jung come ampliamento al concetto di inconscio elaborato inizialmente da Freud.

Jung distinse due tipi di inconscio, quello “personale” e quello “collettivo”: l’inconscio personale come luogo in cui si trovano tutti quei contenuti rimossi dalla coscienza derivanti da esperienze personali, e l’inconscio collettivo come luogo dove si trovano solo quei contenuti, non a carattere personale, ma ereditario.

La sostanziale differenza tra i due tipi di inconscio è che nell’inconscio personale ci sono tutti quei contenuti che prima di essere stati rimossi perché ritenuti incompatibili alle norme sociali, sono stati quantomeno sperimentati dall’individuo e quindi sono stati noti alla coscienza, mentre nell’inconscio collettivo non ci sono contenuti noti alla coscienza e quindi sperimentati personalmente ma solo contenuti sperimentati da altri esseri nel corso della storia.

In altre parole, in questa profondità della psiche umana troviamo le esperienze non del singolo individuo ma della specie umana.

 

Archetipo Junghiano. Un serpente esce dalla viscere della terra e dalla sua bocca esce aria e fuoco

 

Gli archetipi: un’eredità psichica

Secondo Jung gli archetipi sono strutture che vengono ereditate e pertanto l’individuo non viene al mondo  “vuoto” come una tabula rasa, ma già ricco di un patrimonio di esperienze depositate nelle sedi più profonde della sua psiche.

“L’uomo è “in possesso” di molte cose che non ha mai acquisito, ma che ha ereditato dai suoi antenati. Quando nasce non è una tabula rasa: è solo inconsapevole. Ma porta con sé sistemi organizzati in modo specificamente umano, pronti a funzionare, che sono il risultato di milioni di anni di evoluzione umana. Come nell’uccello l’istinto migratorio e l’istinto di costruire il nido non sono mai appresi o acquisiti individualmente, così anche l’uomo alla sua nascita racchiude in sé la trama fondamentale del suo essere, non solo della sua natura individuale ma anche di quella collettiva.” (C.G.Jung – Opere 4 Freud e la psicoanalisi)

Secondo la psicologia junghiana, come nello sviluppo fisico esistono modelli genetici ereditati, anche nello sviluppo psichico-spirituale esistono degli elementi strutturali della psiche ereditati.

Il concetto di ereditarietà fu motivo di discussione e Jung dovette precisare cosa di fatto viene ereditato.

Nel 1947 con il saggio lo “Spirito della psicologia” Jung fece una distinzione tra quello che definì “archetipo in sé” inteso come predisposizione alle esperienze ovvero la forma delle esperienze e l’archetipo manifesto o attualizzato ovvero l’archetipo che si rende percepibile alla coscienza attraverso immagini, idee o comportamenti.

Con questa distinzione Jung precisò che quello che viene ereditato è l’“archetipo in sé”, quindi l’archetipo in potenza, non l’archetipo attualizzato, non l’esperienza stessa, l’immagine o l’idea.

L’”archetipo in sé” essendo solo la forma dell’esperienza è privo di contenuto specifico, pertanto quello che viene ereditato è una forma vuota mentre i contenuti si formano e si manifestano solamente nella vita individuale, attraverso l’esperienza individuale.

Questa componente degli archetipi che viene ereditata costituisce la base degli istinti. Gli archetipi di fatto essendo profondamente radicati nello sviluppo del genere umano sono la risultante di tutte quelle esperienze più primitive dettate da comportamenti legati all’istinto, istinti che hanno determinato lo sviluppo e la sopravvivenza del genere umano. Queste esperienze fondamentali dell’umanità vanno a costituire il fondamento strutturale della psiche.

In questo strato più profondo della psiche sono presenti pertanto modelli ereditati di reazione e di comportamenti legati all’evoluzione del genere umano, gli archetipi nella loro forma più primitiva: gli istinti, e il loro insieme va a costituire l’inconscio collettivo.

“L’inconscio collettivo consiste nella somma degli istinti e dei loro correlati, gli archetipi. Come ogni uomo possiede degli istinti, così possiede anche le immagini originarie.” (C.G.Jung – Opere 8 La dinamica dell’inconscio)

Questa regione della psiche è un mondo attivo, in continuo fermento da cui proviene quell’energia che consente all’archetipo di evolvere da uno stato di puro istinto, ad uno stato più evoluto psichico-spirituale, e raggiungere così dimensioni più accessibili alla coscienza.

In altre parole questo mondo degli istinti, radicato nella profondità della psiche, costituisce la parte dinamica della psiche. È da qui che le forze archetipiche sviluppano le loro proprietà, producendo immagini, idee, simboli, in questo modo l’archetipo si manifesta alla coscienza aprendo un dialogo tra conscio ed inconscio.

Gli archetipi pertanto sono molto di più che elementi costitutivi del mondo degli istinti, sono le forze dinamiche della psiche, istanze ordinatrici che dirigono e coordinano i processi psichici.

“Infatti ogni volta che un archetipo appare nel sogno, nella fantasia o nella vita, reca con sé un certo “influsso” o una forza, grazie alla quale agisce “numinosamente”, ossia come forza fascinatrice o come incitamento all’azione.” (C.G.Jung – Opere 7 Due testi di psicologia analitica)

 

Per riassumere quanto detto fino ad ora riporto le parole di Jung tratte dal “Commento psicologico al “Bardo thödol” (il libro tibetano dei morti)”

“….e mi contento dell’ipotesi di una struttura psichica universalmente presente, differenziata e in questa forma ereditata, che determina, anzi costringe, tutte le esperienze ad avere direzione e forma determinate. Poiché, come gli organi del corpo non sono dati indifferenti e passivi, bensì piuttosto dinamici complessi di funzioni che manifestano la loro presenza con inevitabile necessità, così anche gli archetipi, specie di organi psichici, sono complessi dinamici (istintuali) che determinano in grado altissimo la vita psichica. Perciò ho chiamato gli archetipi anche “dominanti dell’inconscio”. Ho chiamato “inconscio collettivo” lo strato della psiche inconscia che consiste in queste forme dinamiche universalmente diffuse.”

 

Gli archetipi nel processo di individuazione

Gli archetipi sono fattori determinanti nel processo di individuazione. Mettendo in contatto il mondo conscio ed inconscio consentono esperienze vivificanti che favoriscono un ampliamento di coscienza, una maggiore maturazione psicologica e pertanto lo sviluppo della propria personalità.

Come forze ordinatrici agiscono nella psiche in modo autonomo e attraverso sogni, immagini simboliche e fantasie indirizzano la persona verso la migliore individuazione.

Il processo di individuazione è un processo autonomo che guida l’individuo nello sviluppo della propria personalità ed è un processo che coinvolge la seconda parte della vita. Di fatto mentre la prima parte della vita è volta alla presa di contatto con il mondo esterno, la seconda parte dovrebbe essere volta alla presa di contatto con il proprio mondo interiore, alla scoperta di sé e alla ricerca di una propria dimensione.

Grazie alle forze ordinatrice degli archetipi questo processo può avvenire in modo spontaneo così che l’individuo può giungere autonomamente alla presa di coscienza di sé, ad un alto grado di maturazione psicologica e quindi indirizzarsi verso un’esistenza nutrita di senso.

Tuttavia a volte questo processo necessita di un intervento di un professionista, uno psicoterapeuta, che con un aiuto adeguato può favorire il contatto con le forze archetipiche e quindi aiutare nel dirigere questo processo.

 

Archetipo Junghiano.Un sole con una croce rossa, un uomo seduto sopra una città

 

Come avviene la presa di contatto con il mondo archetipico

La presa di contatto con il mondo archetipico non sempre si manifesta come un’esperienza numinosa e toccante come uno si aspetterebbe. Spesso si realizza nelle piccole esperienze della vita quotidiana alle quali non si tende a prestare molta attenzione, pertanto non sempre è così semplice accorgersi del lavoro svolto dagli archetipi che dimorano dentro di noi.

A volte la presa di contatto è ostacolata dalla formazione di barriere che la psiche innalza per svariati motivi.

L’Io ad esempio, potrebbe rifiutare il contatto in quanto consapevole di non essere pronto per un’apertura al mondo inconscio, potrebbe di fatto non avere avuto ancora uno sviluppo adeguato e quindi non essere sufficientemente forte per affrontare il mondo buio delle forze archetipiche. In questo caso il terapeuta dovrà aiutare a rafforzare l’Io e quindi cercare di non abbattere le barriere ma bensì a conservarle finché l’Io non abbia raggiunto una struttura solida adeguata, e solo una volta rinforzato l’Io, favorire un dialogo con l’inconscio.

A volte invece le barriere vengono innalzate per uno stato di disagio e paura che si crea dal confronto con le  immagini archetipiche, in quanto l’esperienza non sempre può essere piacevole, ma può rivelarsi fonte di angoscia e sofferenza. Anche in questo caso un terapeuta potrà essere di aiuto ad affrontare questo passaggio difficoltoso.

C’è infine da tenere in considerazione che può anche esserci una maggiore o minore facilità nel sostenere un confronto con i contenuti inconsci determinata dalla struttura individuale della personalità, vi è di fatto una predisposizione dettata da atteggiamenti dominanti della personalità che possono più o meno favorire l’individuo al contatto con il mondo archetipico.

 

Gli archetipi junghiani: quali sono e dove sono

Durante i suoi studi Jung identificò una serie di archetipi tra cui la Persona, l’Ombra, l’Anima e l’Animus, la Grande Madre, il Padre, il Fanciullo Divino, l’Eroe, il Vecchio saggio, il Briccone, il Sé.

Secondo una sua visione ogni archetipo occupa una posizione diversa nella stratificazione dell’inconscio collettivo, alcuni sono più vicini alla coscienza altri invece risiedono nella psiche più profonda. La posizione conferisce all’archetipo un maggiore o minore effetto significativo nello sviluppo della coscienza, tanto più è vicino alla coscienza tanto più il suo effetto è meno significativo, tanto più è radicato nelle profondità della psiche, tanto più il suo effetto risulterà numinoso e affascinante.

Vi è pertanto un ordinamento di tipo gerarchico che determina la successione di entrata degli archetipi nella coscienza

I primi ad entrare sarebbero gli archetipi più vicini al mondo conscio e quindi più in stretta relazione con tematiche individuali, mentre per ultimi sarebbero quegli archetipi radicati nella profondità della psiche e quindi più legati a tematiche riguardanti l’evoluzione umana.

In questo modo il primo archetipo che si incontrerebbe sarebbe l’archetipo della Persona, più vicino alla realtà dell’individuo, più vicino al mondo conscio.

A seguire ci sarebbe l’archetipo dell’Ombra, che rappresenta tutte quelle parti rimosse dalla coscienza e riposte nell’inconscio in quanto non ritenute opportune per l’adattamento sociale.

In posizione successiva gli archetipi Anima e Animus, gli archetipi femminile e maschile, che rappresentano la controparte sessuale di ogni individuo.

Poi entrando sempre più nella profondità della psiche, si incontrerebbero tutti gli altri archetipi: quello della Grande Madre, del Padre, dell’Eroe, del fanciullo divino, del vecchio saggio e così via fino ad arrivare all’archetipo del Sé che potremmo definire il Re degli archetipi, in quanto come coordinatore di tutte le componenti archetipiche costituisce l’elemento centrale nel processo individuativo.

 

Archetipo Junghiano. L'Eroe che con la sua spada uccide i drago

 

Archetipi e Sincronicità

Sincronicità fu un termine introdotto da Jung per definire delle coincidenze significative ovvero coincidenze temporali di due o più eventi non legati da un rapporto causale, ma legati da un medesimo contenuto significativo, un senso comune.

Gli studi sulla sincronicità occuparono gli ultimi anni di Jung e ad oggi rimane un argomento di attuale interesse che ha trovato riscontro nelle teorie della fisica quantistica.

Grazie agli studi sulla sincronicità si è potuto fare maggiore chiarezza su tutti quei fenomeni legati alle percezioni extrasensoriali come la telepatia o la chiaroveggenza non spiegabili scientificamente, fenomeni negati o comunque non ritenuti degni di spiegazioni.

Il fenomeno della sincronicità, definito da Jung un “principio di nessi acausali”, è un fenomeno che nasce dall’ incontro di due mondi, quello oggettivo o fisico, e quello soggettivo ovvero il mondo psichico profondo, il mondo dell’inconscio collettivo.

Secondo Jung gli artefici di questi fenomeni sono proprio gli archetipi in quanto portando a coscienza contenuti inconsci mettono in contatto i due mondi e di conseguenza favoriscono il manifestarsi di eventi sincronici.

Gli archetipi di fatto, come elementi strutturali della psiche che coordinano i processi psichici inconsci, quando si attivano irrompono nella coscienza con la loro energia. Attraverso la loro carica energetica e la loro azione numinosa elevano lo stato di emotività nell’individuo creando, se pur in modo parziale, un “abbassamento di coscienza”, uno stato psichico “alterato” . Il “ritirarsi della coscienza” crea lo spazio per accogliere quei contenuti inconsci che necessitano di essere portati a coscienza, è in quel momento che avviene l’incontro tra i due mondi, ed è quel momento in cui accadono eventi sincronici.

Potremmo dire pertanto che gli archetipi agiscono come forze attrattive, e come calamite attirano a sé i due mondi, quello oggettivo e quello soggettivo, due mondi che in quel momento sono legati da un senso comune, due mondi caratterizzati dalla medesima qualità.

Gli archetipi agiscono sapendo cosa attirare, è come se di fatto possedessero un sapere, un sapere assoluto che, secondo Jung, risiede ed è attivo da sempre nella profondità più remota della psiche.

 

Conclusioni

“Gli archetipi furono e sono forze vitali psichiche che pretendono di venir prese sul serio e anzi nella maniera più singolare provvedono anche a farsi valere. Essi furono sempre garanti di protezione e salvezza e l’offesa recata ad essi porta la conseguenza ben nota alla psicologia dei primitivi, del pericolo dell’anima. Essi sono infatti moventi infallibili dei disturbi nevrotici e anche psicotici dato che essi si comportano esattamente come gli organi del corpo o i sistemi funzionali organici trascurati o lesi.” (C.G.Jung – Opere 9 Gli archetipi e l’inconscio collettivo)

Jung ha sempre sostenuto che per poter arrivare a delle conclusioni significative la strada dell’analisi dovesse passare da ciò che gli umani avevano in comune e pertanto dall’eredità filogenetica, prima di giungere all’analisi di una psicologia individuale, teoria che si trovò in disaccordo con le idee di Freud il quale sosteneva che nella mente inconscia ci potessero essere solo esperienze di carattere personale.

Jung invece sostenne sempre l’effetto terapeutico derivante dal dialogo tra conscio e inconscio, inconscio non solo personale ma anche collettivo e di quanto quest’ultimo fosse portatore di materiale illuminante per l’individuo.

Riuscire a venire in contatto con questo materiale archetipico, significa uscire dall’isolamento per scoprire di fare parte di un collettivo più vasto cha ha già vissuto le medesime esperienze.

La presa di contatto con il mondo archetipico fa scoprire di non essere soli, e che la strada faticosa che prima o poi siamo costretti ad intraprendere è stata già percorsa milioni di volte da altri esseri che ci hanno preceduto. Non saremmo costretti pertanto a percorrerla da soli ma avremo a fianco l’intera umanità che ci sosterrà con la sua esperienza.

Potremmo così trovare soluzioni che non riuscivamo a vedere prima, grazie ad una visione più ampia, grazie a chi tutto questo lo ha già sperimentato.

La presa di coscienza della nostra profondità della psiche quindi non è soltanto conoscenza della nostra psicologia ma conoscenza di una psicologia universale.

L’esperienza del prendere contatto con il mondo archetipico non può che essere un’esperienza vivificante che conduce ad un ampliamento della nostra coscienza, a prendere atto della nostra personalità e a realizzare la vita che più ci appartiene.

Pertanto aprire un dialogo con la nostra profondità della psiche non dovrebbe essere visto solo come un’opportunità ma anche come un dovere, come un compito, come una forma di rispetto verso noi stessi, verso chi ci ha preceduto e verso chi verrà.

 

 

Bibliografia:

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